La medicina che vorrei

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Ho avuto il piacere di intervistare il collega dott. Roberto Gava, verso il quale nutro grande stima, che ha pubblicato da pochi giorni un nuovo libro.

Il Dr. Roberto Gava si è laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Padova, si è specializzato in Cardiologia, Farmacologia Clinica e Tossicologia Medica, per poi perfezionarsi in Agopuntura Cinese, Omeopatia Classica e Bioetica.
Dopo aver lavorato per quindici anni in ambiente universitario, aver scritto due libri di Farmacologia e più di cento pubblicazioni scientifiche, essendosi convinto che il compito di un clinico è quello di scegliere di volta in volta la tecnica terapeutica più appropriata per il suo paziente in modo da poter personalizzare qualsiasi trattamento, sia preventivo che curativo, da quasi trent’anni studia sistematicamente la letteratura scientifica per accrescere le proprie conoscenze scientifiche e per poterle utilizzare nella pratica clinica quotidiana e nei suoi interventi divulgativi (libri, articoli e conferenze pubbliche).

In questi giorni è stato pubblicato un tuo nuovo libro intitolato “La Medicina che Vorrei”. Che obiettivo ti sei posto?

L’obiettivo di questo libro è quello di lanciare dei messaggi: le riflessioni di un medico mosso dal profondo e incontenibile desiderio di fare qualcosa di più per la Medicina e in particolare per coloro che soffrono. 

Non possiamo permettere che la nostra Medicina, quella che l’uomo da millenni è andato scoprendo e imparando piano piano con infiniti sacrifici e che è per noi “madre”, perché ci fa crescere come medici e come persone, ma è per noi anche “figlia”, perché abbiamo il dovere di proteggerla, nutrirla e farla crescere sempre più sana e forte, venga infangata, denaturata e distrutta da giochi economici, politici e di potere. Dobbiamo difenderla come fosse “casa nostra”, perché difendere questa Medicina significa difendere noi stessi, i nostri figli e i figli dei nostri figli, ma significa anche difendere la nostra libertà di espressione, di scelta e di cura.

Tu pensi che sia a rischio la libertà di cura dei medici?

Certamente, ma non lo dico io, lo dicono molti autorevoli Autori. Anche il Prof. Ivan Cavicchi, ad esempio, ha usato il termine di Medicina Amministrata intendendo “una Medicina vincolata a seguire primariamente procedure standardizzate con lo scopo di risparmiare”. Cioè di una Medicina che gestisce il medico imponendogli un metodo “dall’alto” e lo fa attraverso i Protocolli o le Linee Guida. In questo modo il Medico perde il controllo, sia sui mezzi che impiega, sia sugli scopi della cura, diventando di fatto un professionista tecnico-esecutivo, quindi un medico che pensa fino ad un certo punto, perché poi segue il Protocollo. Il Prof. Cavicchi è più esplicito di me e ha scritto che “La Medicina Amministrata oggi è il più potente mezzo di snaturamento della professione medica e nello stesso tempo è il più grande nemico del cittadino e dei suoi diritti, perché alle necessità di cura essa antepone quelle del risparmio”.

In pratica, la cosiddetta Medicina Amministrata sta mettendo a rischio la Medicina Clinica e il diritto del malato ad essere curato secondo le sue specifiche e personali necessità. Il medico deve togliersi da questa pericolosa posizione recuperando la propria autonomia e lo deve fare per il bene della Medicina e dei suoi stessi pazienti!

Secondo te, come dovrebbe essere praticata la Medicina Clinica oggi?

Dato che la Medicina è Arte e Scienza insieme, sono convinto che tanto la Medicina quanto il medico che la pratica devono restare liberi: liberi di esercitare, liberi di crescere, liberi di acquisire e di trasmettere le proprie conoscenze, liberi di scegliere i trattamenti da utilizzare per aiutare il paziente che a noi si affida. La Medicina Clinica è sempre razionale proprio perché è scientifica, ma nello stesso tempo deve essere una Medicina ragionevole e relazionale cioè che mantiene una buona relazione con il Paziente. La Medicina Clinica deve salvaguardare il dialogo, l’osservazione, lo studio, l’ascolto, l’interrogatorio, il rispetto, l’accoglienza, il crescere insieme per giungere, sempre insieme, ad un grado maggiore di consapevolezza e di libertà interiore, “in modo da poter più facilmente conseguire – come diceva Hahnemann, il fondatore dell’Omeopatia – i più alti fini della nostra esistenza”.

La Medicina Clinica, quindi, deve sempre considerare il Paziente non come numero, ma come persona nella sua complessità trinitaria costituita da corpo, psiche e spirito: una complessità unica, irripetibile, singolare nei suoi mondi personali, familiari, sociali e ambientali.

Questo tipo di approccio al malato mi ricorda molto quello omeopatico.

Certamente, e nel libro l’ho affermato chiaramente. La Medicina farmacologica avrebbe molto da imparare dalla Medicina Omeopatica. Il lavoro del medico clinico assomiglia molto a quello di un ritrattista e lo condivideva anche Hahnemann, che usò l’immagine del pittore per spiegare l’attenzione al particolare con cui il medico (l’omeopata, nel suo caso) deve visitare il suo paziente. Per fare questo, però, bisogna conoscere il paziente a 360 gradi e non certamente solo nei suoi sintomi patologici più generali. Bisogna anche imparare ad osservarlo nel modo di parlare, nel tono che usa, in come si muove e si veste, nelle sue caratteristiche somatiche e costituzionali. A tutto questo sarebbe da aggiungere anche che è necessario considerare pure quello che gli altri dicono di lui e allora in questo caso io chiedo ad un familiare presente che commenti può fare sul paziente. Se i familiari non sono presenti, chiedo al paziente stesso di dirmi cosa gli altri dicevano di lui in passato e quello che dicono ora: sia i pregi, sia i difetti. Tutte queste domande forniscono molte informazioni sulla persona, sia esplicite sia implicite, sia rilasciate direttamente da quest’ultima, sia capite e lette tra le righe dal medico stesso. Come tu stesso insegni, chi studia i pazienti in questo modo impara moltissimo da loro: impara a conoscere le patologie, l’animo umano e la vita stessa.. Questo modo di fare Medicina noi lo abbiamo imparato essenzialmente e primariamente dall’Omeopatia: duecento anni di storia, di studi, di conoscenze, di sperimentazioni sull’uomo sano e su quello malato, migliaia di ricerche, libri e pubblicazioni confermano l’efficacia delle cure omeopatiche per l’uomo, gli animali e le piante, cioè per ogni essere vivente. 

Nel tuo libro ho visto che parli molto della prevenzione. Tu cosa intendi per prevenzione?

Sappiamo che la persona umana sana ha in sé le ‘armi’ per proteggersi da quasi tutti gli squilibri (ci sono poche eccezioni, come quelle causate dai traumi e dagli avvelenamenti). Pertanto, se una malattia si instaura, significa che la persona non è stata in grado di attivare tutte le sue difese. Partendo da un tale presupposto, risulta ovvio che la migliore prevenzione non è quella di agire di volta in volta sul distretto dell’organismo che secondo il nostro giudizio appare debole o alterato, bensì quella di tenere perfettamente funzionanti tutti i fisiologici meccanismi difensivi dell’individuo. Questo è raramente possibile con i farmaci chimici, sia perché agiscono solo su distretti ben delimitati del corpo, sia perché squilibrano invece di potenziare i nostri meccanismi fisiologici, mentre lo si può fare con qualcosa (come il rimedio omeopatico, ma anche l’agopuntura cinese) che agisca sull’intera persona mantenendo o ripristinando il suo complesso equilibrio. Pertanto:

la migliore prevenzione, è mantenere in salute

tutte le componenti della persona:

il corpo, la psiche e lo spirito.

Comunque, più specificatamente, alla luce delle conoscenze attuali solo tre sembrano essere le principali ‘armi preventive’:

  • Un corretto stile di vita adattato alle caratteristiche della persona: alimentazione bilanciata e ‘sana’, rispetto degli orari e dei ritmi biologici (specie del mangiare e del dormire), adeguata attività fisica, vivere in un ambiente sano, ecc.
  • Una terapia medica individuata in base alle caratteristiche globali della Persona e in particolare in base ai suoi più importanti ‘punti deboli’ fisici, psichici e/o spirituali. Come ho detto, tra le numerose terapie preventive possibili, una considerazione particolare va data alle terapie energetiche e tra queste all’Omeopatia, che sembra essere una delle più valide per la sua capacità di influire in modo individuale, aspecifico, potente e prolungato sull’intera parte psico-fisica dell’individuo ripristinando o mantenendo un buon grado di ‘normalità’ in tutta la persona e realizzando il tanto auspicabile potenziamento dei fisiologici meccanismi difensivi endogeni.
  • Una vita sociale in stretta comunione con gli altri e una vita interiore ricca e profonda. Quest’ultima attività preventiva è la sola capace di agire sul nostro spirito e, in assoluto, è la migliore via di prevenzione, perché se lo spirito dell’uomo fosse veramente sano, molto più difficilmente la psiche e il corpo si ammalerebbero.

In “La Medicina che vorrei” ho visto che fornisci anche alcuni consigli a chi deve assistere un malato

Sì, quasi quarant’anni di pratica medica mi hanno insegnato molte cose e ho cercato di esporne alcune.

Il primo consiglio che ho dato è stato quello di incoraggiare, perché la nostra mente ha una grande influenza sul corpo e sono innumerevoli le esperienze di coloro che si aggravano solo a causa di una brutta notizia riguardante la loro vita o la loro salute, come le esperienze di coloro che guariscono guardando al mondo e a se stessi con occhi diversi da quelli con cui guardavano quando erano ammalati. Un bravo medico deve fare in modo che il malato acquisisca fiducia in se stesso, nelle sue sempre presenti capacità di autoguarigione, nella meravigliosa complessità e ‘perfezione’ della sua persona che agisce sempre nella preservazione della vita operando solo per il benessere globale e profondo della persona stessa. Un bravo medico deve far crescere il malato in conoscenza dei suoi modi consci e inconsci di agire e di reagire, in modo da farlo crescere in consapevolezza e quindi in fiducia in se stesso. Un bravo medico, cioè, non deve permettere che il malato si affidi a lui come un bambino si affida al genitore, ma deve fare in modo che il malato si comporti da adulto responsabile che fa le sue scelte informate, dopo aver capito la genesi della sua patologia (che il medico deve ovviamente avergli precedentemente spiegato). Un bravo medico deve togliere l’incertezza, perché essa genera paura; deve fare in modo che la persona smetta di pensare alla malattia, ma che pensi alla salute, alle bellezze della vita, ai talenti che ha ricevuto fino a quel momento e a tutto quello che può concretamente fare da quel momento in poi. Anche nel contesto di patologie gravi a reale rischio di morte, un bravo medico continua ad incoraggiare, a trasmettere fiducia, a spostare la persona dalla strada della malattia che crea senso di morte, di fallimento, di paura, una paura che immobilizza!

Un bravo medico, allora, si impegna al massimo per convincere il malato che la malattia è un campanello di allarme che ci chiede un cambiamento, una crescita, un miglioramento…

Ho letto il tuo libro e l’ho trovato veramente ricco di insegnamenti e consigli preziosi. Sono certo che la sua lettura sarà un dono per ogni Lettore. Grazie per il lavoro che hai fatto. Ora permettimi un’ultima domanda: che programmi hai per il futuro?

Sto lavorando a molti progetti, ma in ogni caso mi sta a cuore che le persone possano crescere in conoscenza e consapevolezza. Per questo ne approfitto per ricordare a tutti che, per chi vuole, può seguirmi sulla mia pagina facebook e iscriversi alla mia newsletter sul mio sito www.robertogava.it, in modo da essere aggiornato su nuovi articoli, libri, convegni, ecc.

E’ possibile avere maggiori informazioni sul libro “La Medicina che vorrei. Personalizzata, Integrata e Umanizzata” del Dr. Roberto Gava a questi link: Amazon: https://amzn.to/2Bxf4yp   o Librisalus: http://bit.ly/32CvH7y

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